Né corda né chiodo...

Il tempo non si era rimesso completamente. Una nebbia evanescente avvolgeva come un velo le torri giallastre che apparivano e sparivano nel fluttuare composto, diafane e lontane, più alte e più ardite. Salii il dosso erboso, cercando le rare zolle che mi servivano come gradini; superai il ghiaione, mobile e faticoso come tutti i ghiaioni dolomitici ma breve, e giunsi all'attacco. Levai le scarpe chiodate e mi misi le pedule. Tolsi la corda dal sacco e l'infilai a tracolla. Non avevo chiodi né martello. Sapevo che in discesa avrei trovato gli anelli per le corde doppie già preparati. Lasciai sacco e scarpe sotto un masso e mi mossi verso la roccia. Incominciava con una fessura verticale ma non molto difficile.

Toccai con una mano la roccia, quasi accarezzandola come si fa con una cosa cara dopo alcun tempo che non la si vede. Era ancora fredda. Guardai in alto. Il sole era già uscito sopra una cresta irta di torrioni. La nebbia lo velava e ne traspariva solo un disco giallastro con un'aureola leggermente diffusa: sembrava la luna. Intorno a me c'era soltanto il silenzio attonito delle altezze. Strofinai due o tre volte la punta della pedula su di un appiglio liscio come per provarne l'aderenza, alzai le braccia alla ricerca di due prese, contrassi i muscoli ed incominciai l'arrampicata. Procedevo lento, senza fretta, cercando con calma gli appigli, studiando i movimenti per arrampicare con il minimo sforzo. Quando un'alpinista si trova da solo in lotta con la montagna non deve avere la minima debolezza. Se sbaglia, guai a lui: non c'è corda né chiodo che possano ancora rimediare alla meglio. Se la volontà viene meno, non c'è compagno che possa rincuorarlo. E se l'imprevisto arriva di colpo a sconvolgere la sicurezza del suo procedere, non gli resta che giocare il tutto per tutto; se perde, la posta è la vita.

Per circa quattro ore tutto andò bene. A mano a mano che mi innalzavo, la verticalità della parete sotto di me si faceva sempre più impressionante. Gli ultimi rari abeti apparivano laggiù come puntini contro il dosso erboso.

Avevo fatto circa tre quarti di salita. Ero in un camino bloccato da un enorme masso incastrato. Bisognava superarlo. Mi innalzai in spaccata, lo raggiunsi, lo contornai strisciando con il corpo fra masso e parete, giunsi con le mani sopra. Dovevo quindi tirarmi fuori dallo strapiombo e innalzarmi. Abbandonai i piedi e produssi lo sforzo.

Ma avevo calcolato male. Arrivai con il mento sopra e cercai un altro appiglio per le mani. La parte superiore del blocco era tondeggiante, liscia e levigata, senza nessuna crepa. Mi calai allora lentamente,cercando di rimettere i piedi al posto di prima. Ma avevo la faccia contro la pietra e non potevo vedere, e il vuoto del camino sfuggiva sotto strapiombante. Annaspai in tutte le direzioni, invano. I miei piedi toccavano la roccia ma non trovavano gli appigli. Allora compresi che se non salivo subito ero perduto. Trecento metri mi separavano dallo zoccolo di ghiaie. Risalii di scatto facendo forza sulle dita, ma non oltrepassai il punto di prima. Un fremito mi corse per la schiena. Ripetei ancora una volta lo sforzo aiutandomi a tenere l'aderenza con i denti, ma non ottenni altro risultato che insanguinarmi la bocca. Ricaddi aggrappato solo con le dita al bordo sottile, e rimasi così ansante per qualche minuto, con le forze che incominciavano a mancarmi, cercando invano un movimento logico che mi potesse togliere da quella situazione. Ma inutilmente. Le dita a poco a poco allentavano la presa. Allora non vidi e non pensai più niente. Scattai di nuovo furibondo con uno slancio tale che mi portò a superare con il petto il bordo superiore del masso. Riuscii per un attimo a tenermi aderente con il mento, e in quell'attimo a girare una mano sulla palma. Appoggiandomi per aderenza su quella mano mi sollevai lentamente e con un ultimo sforzo mi trovai di colpo sopra il blocco. Mi distesi esausto.

Quando il tremito provocato dalla reazione nervosa cominciò a cessare, mi sedetti e guardai verso la valle. Tutto era come prima. Nell'immobilità dell'aria niente che avvertisse la mia presenza. La montagna grigia e indifferente. La valle in fondo verde e tranquilla. Anche il vento che passava alto sulle cime, era senza voce. Ero io, soltanto io che avevo cercato l'avvenimento, che lo avevo creato, che lo avevo forzato. Tutto quello che mi circondava immobile e fermo era assente. E allora mi sorse di nuovo istintiva la domanda: - Perché? - La risposta non venne e forse non verrà mai. Ma quando fui sulla vetta inondata di sole, e sotto a me fluttuavano come marosi le nebbie, una gioia immensa mi cantò nel cuore e mi pervase le membra. E l'ebbrezza di quell'ora passata lassù isolato dal mondo, nella gloria delle altezze, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia.

Giusto Gervasutti

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